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Lunedì 20 luglio 2015

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La Dichiarazione di Consenso di Vancouver chiede l’accesso precoce alla terapia antiretrovirale e alla PrEP in tutto il mondo

Il co-chair Julio Montaner alla sessione di apertura di IAS 2015, con una coperta tradizionale regalatagli da un gruppo di nativi sulle spalle. Foto ©Steve Forrest/Workers' Photos/IAS

Nella giornata di apertura dell’8° Conferenza  su Patogenesi, Trattamento e Prevenzione dell’HIV (IAS 2015) organizzata dall’International AIDS Society a Vancouver, in Canada, figure di spicco nella lotta contro l’HIV si sono unite all’appello perché chiunque riceva una diagnosi di HIV possa immediatamente accedere alla terapia antiretrovirale.

La Dichiarazione di Consenso di Vancouver ha ricevuto l’appoggio dei leader di organizzazioni del calibro del Fondo Globale per la lotta all'AIDS, la tubercolosi e la malaria, PEPFAR (Piano di Emergenza contro l’AIDS del Presidente degli USA) e UNAIDS (il Programma delle Nazioni Unite per l’HIV/AIDS). Il documento nasce con l’intento di fare pressione su investitori e governi affinché sostengano l’ampliamento dei programmi di trattamento e prevenzione dell’HIV.

Nella Dichiarazione, oltre all’accesso immediato alle terapie antiretrovirali, si chiede l’accesso alla profilassi pre-esposizione (PrEP) per chi è ad alto rischio di esposizione al virus, e si esorta a stringere i tempi per tradurre nella pratica le nuove evidenze scientifiche disponibili.

Il professor Chris Beyrer della Johns Hopkins University ha dichiarato: “Facciamo sì che questa Conferenza segni il momento in cui ‘quando iniziare la terapia’ ha smesso di essere una questione di ordine scientifico ed è diventata una questione economica e di volontà politica”.

L'Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanderà il trattamento HIV per tutti

Slide della presentazione della dott.ssa Meg Doherty del Dipartimento HIV/AIDS dell'OMS a IAS 2015.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) pubblicherà entro fine anno delle nuove linee guida in materia di trattamento HIV, raccomandando l’inizio della terapia per chiunque presenti una diagnosi di HIV, a prescindere dai livelli di CD4.

La nuova raccomandazione fa seguito ai risultati provenienti da due ampi studi randomizzati pubblicati nel 2015, START e Temprano: entrambi dimostravano che chi iniziava il trattamento con una conta dei CD4 superiore alle 500 cellule/mm3 sviluppava patologie meno gravi e risultava meno a rischio di decesso AIDS-correlato rispetto a chi lo rimandava.

Le nuove linee guida raccomanderanno:

  • di somministrare il trattamento a tutti gli adulti e adolescenti affetti dal virus dell’HIV a prescindere dai loro valori di CD4, dando la priorità a chi presenta una conta dei CD4 inferiore alle 350 cellule/mm3 o una patologia AIDS-definente;
  • di somministrare il trattamento a tutti i bambini HIV-positivi;
  • di somministrare il trattamento a tutte le donne HIV-positive in stato di gravidanza, non soltanto durante la gestazione ma per tutto il resto della vita (Opzione B+);
  • di offrire la profilassi pre-esposizione (PrEP) come opzione aggiuntiva di prevenzione agli individui ad alto rischio di contrarre l’HIV.

Le nuove indicazioni sono in linea con l’obiettivo 90-90-90 di UNAIDS (v. sotto), ma alcuni paesi avranno gravi difficoltà a fornire le necessarie prestazioni sanitarie e garantire la disponibilità del trattamento.

L’obiettivo 90-90-90 è un traguardo possibile, dicono alcuni studi

Michel Sidibé, direttore esecutivo di UNAIDS, al workshop internazionale dedicato alla Terapia come Prevenzione. Foto di www.treatmentaspreventionworkshop.org

I primi dati provenienti da alcuni ampi studi condotti in Africa sull’impatto sulla popolazione della TasP (terapia come prevenzione) fanno pensare che sia effettivamente possibile raggiungere l’obiettivo di diagnosticare l’infezione e far entrare in cura il 90% di coloro che soddisfano i criteri di eleggibilità al trattamento.

Sono gli incoraggianti risultati presentati a un workshop internazionale dedicato alla Terapia HIV come Prevenzione svoltosi sabato a Vancouver. Michel Sidibé, direttore esecutivo di UNAIDS, ha dichiarato durante il workshop che l’ambizioso obiettivo fissato dalla sua organizzazione – diagnosticare il 90% delle infezioni, far entrare in terapia il 90% delle persone diagnosticate e abbattere la carica virale nel 90% delle persone in terapia – è un traguardo raggiungibile, purché non manchino leadership e impegno politico.

Sono in corso svariati ampi studi randomizzati sull’impatto a livello di popolazione dell’ampliamento dei programmi di tipo ‘test and treat’ nei paesi africani, con lo scopo ultimo di ridurre in modo significativo le nuove infezioni da HIV (incidenza). È presto per avere i risultati definitivi, ma gli autori hanno riferito che l’ampio studio SEARCH condotto in Kenya e Uganda sta raggiungendo l’obiettivo 90-90-90 e un altro non è lontano dal raggiungerlo.

Tra gli interventi di successo si segnalano le campagne in cui vengono offerti test per l’ipertensione, diabete e malaria, insieme a quello dell’HIV; le iniziative per l’offerta del test a domicilio; gli interventi di ottimizzazione dei servizi, che consentono di diradare le visite mediche e ridurre i tempi di attesa; i programmi per migliorare la preparazione del personale; gli interventi di sensibilizzazione per una gestione più empatica dei pazienti che non riescono ad aderire al trattamento o non si presentano regolarmente alle visite.

I servizi sanitari di alcuni paesi africani come Botswana, Malawi e Ruanda forniscono oggi un trattamento efficace a una percentuale maggiore di pazienti HIV-positivi rispetto a Stati Uniti e altri paesi più ricchi.

I ricercatori hanno tuttavia sottolineato anche le forti disparità nell’accesso alle cure in questi paesi: la prevalenza resta elevata nelle popolazioni chiave come quella delle sex workers e degli MSM. In mancanza di servizi appropriati, specificamente mirati a questi gruppi e a tutti coloro con difficoltà di accesso all’assistenza sanitaria, queste persone e di conseguenza anche i loro partner sessuali non potranno godere dei benefici del trattamento antiretrovirale.

L’OMS chiede più test HIV per chi ne ha più bisogno

Cheryl Johnson dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, durante la sua presentazione a IAS 2015. Foto di Liz Highleyman, hivandhepatitis.com

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha presentato alla Conferenza una nuova guida dedicata alla diagnostica dell’HIV.

La guida raccomanda ai responsabili dell’organizzazione di programmi di diagnostica dell’HIV di fare scelte meditate e strategiche sugli interventi da attuare, individuando i più indicati per raggiungere le persone che potrebbero avere infezioni non diagnosticate. È necessaria una scrupolosa valutazione della prevalenza dell’HIV nei diversi gruppi di popolazione, un’analisi dell’attuale tasso di ricorso ai servizi di diagnostica, una stima delle risorse disponibili e del rapporto costi/benefici, senza dimenticare le preferenze delle persone interessate.

Oltre a raccomandare che l’offerta del test di routine nei contesti medici venga estesa per raggiungere nuovi gruppi di popolazione, la nuova guida auspica che il test travalichi sempre di più i confini delle strutture sanitarie per essere offerto anche sul territorio.

Il cosiddetto test ‘fai-da-te’ (a volte detto anche test a domicilio) non viene invece raccomandato perché non ne è ancora del tutto comprovata l’efficacia e non sono ancora state individuate le migliori prassi per l’erogazione. Tuttavia, l’argomento è stato oggetto di un lungo dibattito durante la stesura della guida e potrebbe avere più spazio in future edizioni.

Per raggiungere l’ambizioso obiettivo 90-90-90 (v. articolo precedente) sarà necessario migliorare i servizi di diagnostica dell’HIV. Molti paesi stanno incontrando più difficoltà a raggiungere il “90% di infezioni diagnosticate” rispetto agli altri due obiettivi fissati da UNAIDS.

Per la prima volta, l’OMS raccomanda di ampliare il ruolo dei lay providers nell’erogazione del test HIV. Si tratta di persone che non hanno una formazione medica vera e propria ma che sono state formate per fornire determinati servizi sanitari. Il loro impiego può supplire a eventuali carenze di personale e fornire un servizio peer-to-peer, aumentando il ricorso al test in popolazioni chiave come gli MSM, i sex workers e i consumatori di sostanze stupefacenti per via iniettiva. Questo però implicherebbe che molti paesi rivedano le attuali politiche che limitano l’autorizzazione a erogare il test al solo personale medico.

Accesso a screening e trattamento cruciale nella coinfezione HIV/epatite B e C

Il panel sull’accesso al trattamento antiepatite. Foto di Liz Highleyman, hivandhepatitis.com

Grazie allo sviluppo di un efficace trattamento antiepatite privo di interferone è oggi possibile curare oltre il 90% dei pazienti con epatite C cronica, compresa la maggior parte di quelli con co-infezione HIV/virus dell’epatite C (HCV): è quanto dichiarato dai ricercatori al 2° Convegno Internazionale per le Coinfezioni HIV/epatiti virali che ha preceduto IAS 2015.

Per quanto riguarda l’epatite B, la terapia antivirale è in grado di sopprimere efficacemente il virus a lungo termine, ma la maggior parte dei pazienti ancora non giunge a una guarigione.

Ora che è in gran parte risolto il problema di mettere a punto regimi di trattamento efficaci e ben tollerati, la questione chiave è diventata l’aumento dell’accesso alle costose terapie per l’epatite C.

Sebbene ci sia un consenso sempre più vasto sul fatto che il trattamento possa giovare a chiunque sia affetto da epatite C a prescindere dal grado di gravità della malattia epatica, restano ancora da superare ostacoli di non poco conto, come appunto gli alti costi del trattamento.

Inoltre, l’infezione da epatite B o C restano non diagnosticata in un’elevata percentuale di persone nel mondo, e molti paesi non hanno un’idea chiara di quali siano le proporzioni del problema.

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